IL NOSTRO MANIFESTO

E’ tempo anche per noi, per coloro che pretendono di animare il fronte progressista di questa città, di ricordarci che un’anima l’abbiamo; e abbiamo un’identità che si fonda su valori profondi, capaci di connotare le nostre azioni e di sostenere una passione che quei valori, vissuti nello spazio pubblico, sanno accendere.

È da diversi anni che Torino cerca di fare i conti con una condizione di disagio sociale, economico e urbano che è andatapeggiorando progressivamente. La crisi che attraversa Torino è stata sicuramente aggravata dalla pandemia, ma ha radici più profonde, del tutto peculiari, che affondano nell’immobilismo, nel progressivo smantellamento delle sue reti, in unaamministrazione che ha abdicato al ruolo di agente politico per affidarsi a una visione meramente tecnica del suo mandato. 

È come se la città nelle ultime due decadi avesse deciso di giocare in difesa, in attesa che l’onda passasse, senzaimpegnarsi a leggere la realtà, senza rendersi conto che i cambiamenti con i quali stavamo confrontandoci non erano transitori, bensì strutturali. Da governare, mettere a sistema e non solo da arginare.

La sensazione è che Torino abbia subito la trasformazione economica e sociale di questi ultimi decenni senza rigenerare lasua identità di città progressista, capace di affrontare e anzi prevedere le sfide del nostro tempo. E’ l’identità che di sé edella propria collettività si vuole trasmettere a marcare la direzione da seguire e a dare avvio a un cammino di progettualità. Quel cammino di progettualità che in tutti questi anni è mancato a Torino, schiacciata sotto il pesodell’attendismo di chi non sa tracciare una nuova visione di lungo periodo per la città.

 

È tempo per Torino di rimettersi in cammino. È tempo di riscoprire la sua vocazione di città in grado di reinventarsi, convertirsi, rialzarsi.

E’ tempo anche per noi, per coloro che pretendono di animare il fronte progressista di questa città, di ricordarci che un’anima l’abbiamo; e abbiamo un’identità che si fonda su valori profondi, capaci di connotare le nostre azioni e di sostenere una passione che quei valori, vissuti nello spazio pubblico, sanno accendere.

 

Il come non è difficile da immaginare: facendo quello che la politica è chiamata a fare, ossia rimettere in moto imeccanismi stanchi di un processo di rappresentanza politica che ha perso credibilità, entusiasmo, lungimiranza. Bisogna puntare su un nuovo patto di cittadinanza metropolitana tra popolazione e istituzioni.

La città contemporanea, connessa e reticolare, è divenuta con il passare del tempo un luogo di sfida, in cui il globale incontra il locale e in questa prospettiva “glocale”, intrinsecamente politica, manifesta la sua vera natura: quella diun’organizzazione economico-sociale, in cui si intrecciano istituzioni, azioni sociali, vite. Ed è a quell’intreccio chebisogna guardare, connettendo talenti ed entusiasmi, esperienze e progetti; al contempo disconnettendo diffidenza e rassegnazione.

 

Avere uno sguardo d’insieme sulla realtà diventa essenziale. Imprescindibile, se partiamo dal presupposto che laddove il “tecnico” può permettersi di fornire soluzioni puntuali, la politica deve sempre e in ogni caso mantenere uno sguardo sul tutto, per dare risposte concrete a una complessità che è evidente nelle nostre società caratterizzate da una “super-diversità” crescente.

Capacità di abitare la realtà, vivere il conflitto, tendere ponti: questo è ciò che la politica deve essere in grado di assicurare. 

La prospettiva non può che essere quella della multilateralità, la sola in grado di intercettare i nodi del tessuto sociale, senza cercare scorciatoie e rinunciando a comode dinamiche che banalizzano con una semplificazione che però conducesolo a effimere soluzioni.

 

La proposta è certamente sfidante. Ma, del resto, altrettanto sfidante è il momento storico che stiamo vivendo e che pretende un cambiamento di prospettiva, dinamiche nuove, un nuovo approccio politico.

Serve sollevare gli occhi dal contingente. Non per perderlo di vista, ma per non permettergli di offuscare l’immagine delpiù ampio orizzonte di senso nel quale ci stiamo muovendo.

Se è vero che lo spazio è fattore della storia almeno quanto il tempo, allora, nell’amministrare questa città bisogneràprendere coscienza del fatto che la politica non può limitarsi a registrare questo percorso storico, ma è chiamata a orientarlo, plasmando lo spazio sociale e urbano, scrivendo una nuova tappa della storia della nostra Torino.

 

Ci vuole coraggio a sollevare lo sguardo. A fare delle domande. A dare delle risposte. 

Ma quel coraggio è nella natura di questa città, che ha saputo sempre reinventarsi. Quel coraggio abita nella storia della nostra Città e ci impone di confrontarci con la sfida e di cambiare passo.

 

Ce lo chiedono prima di tutti i giovani che in questa Città vorrebbero restare ma non possono farlo, perché mancanocondizioni di vita, opportunità di crescita, prospettiva di futuro.

 

Ce lo chiede l’ambiente nel quale viviamo, saturo, deprivato, esaurito.

 

Ce lo chiedono le famiglie che abitano i nostri quartieri e che si trovano spesso sole a lottare contro un’amministrazione che si è trasformata in un ostacolo e non in un’alleata a fianco della loro quotidianità, contro una struttura urbanaasfissiante in cui si dedica più spazio alle automobili che al verde, contro un sistema di viabilità al collasso che limita leoccasioni di vita.

 

Ce lo chiedono i tanti lavoratori, dipendenti o liberi professionisti, artigiani, commercianti e ristoratori che hanno visto il loro impiego perduto, la loro attività travolta, le loro professionalità sciupate.

 

Crediamo che esiste la consapevolezza della sfida di questo tempo e delle sue ragioni. 

Possiamo dunque metterci in moto, occupandoci per prima cosa di segnare i confini valoriali di quella visione che vogliamo porre al centro del nostro progetto politico per Torino e che per noi non può che coincidere con l’impegno chetradizionalmente ha caratterizzato il percorso storico della sinistra in Europa, ossia la protezione della dignità dellepersone, che significa rispetto dei percorsi di vita, del merito, delle differenze, ma che vuol dire anche emancipazione dalle condizioni di bisogno, di sofferenza, di limitazione, perché si rivela inutile lo sforzo di quella città che costruisceopportunità e non mette i suoi cittadini nelle condizioni di coglierle, in quanto oppressi dal peso degli ostacoli economici e sociali della loro esistenza. 

Le nostre società sembrano non riuscire a contrastare con efficacia il male del nostro tempo: la disuguaglianza. Per quanto la ricchezza abbia subito una contrazione negli ultimi anni, resta il fatto che senza una lotta strutturale alla povertà, fondata su politiche di produzione e redistribuzione, resteremo inermi a veder peggiorare le condizioni di vita di molti nostri cittadini.

Nella città possono essere messe a punto le condizioni per guidare questa lotta, questo cambio di passo.

Serve una pubblica amministrazione efficiente, efficace, lungimirante e guidata da progettualità, dal momento che senza la prospettiva costituzionale della difesa della dignità umana e del pluralismo divengono lettera morta, perché senza buongoverno non c’’è godimento di libertà. 

Dove gli è di competenza l’amministrazione comunale agirà, dunque, al fine di fornire servizi, tutelare diritti, colmare distanze sociali; dove la sua competenza non arriva, forte della sua autorevolezza (che gli deriva dalla conoscenza del tessuto urbano e dall’aver immaginato un piano strategico di sviluppo e inclusione condiviso), sarà in grado di farsigarante dei propri cittadini e delle loro necessità, davanti allo Stato e alla Regione.

Ci muove la convinzione che l’idea di una città che diviene motore per dare effettività ai diritti attraverso una pubblicaamministrazione efficiente non sia un’utopia. È l’obiettivo di un progetto politico non facile, certo, ma possibile, che si fonda almeno su due pilastri concreti che si chiamano LAVORO e COOPERAZIONE.

È, in primo luogo, nel lavoro che la dignità dell’uomo prende forma. L’occupazione garantisce autonomia – non solo economica – per avviare un percorso personale di sviluppo, di crescita, di realizzazione. Al contempo, è innegabile lafunzione collettiva che il lavoro svolge, dal momento che il cittadino che lavora concorre senza dubbio al progresso materiale e spirituale di tutta la collettività.

Creare, favorire e proteggere l’occupazione divengono atti politicamente necessari e benefici per la città.

 

Il lavoro, per ricucire strappi e colmare divari i cui segni sono più che mai visibili nella frattura centro-periferia, che è unafrattura prima di tutto geografica, ma non di meno sociale. 

La periferia, infatti, è divenuta espressione più ampia per parlare di quella condizione di povertà, emarginazione,isolamento in cui versano molte persone, ovunque. Ma non va sottovalutato che vi sono condizioni di disagio che, catalizzandosi geograficamente, si accatastano così tanto l’una sull’altra da pietrificarsi, facendosi luogo e generando neltempo una sensazione di immodificabilità. Il lavoro inteso come prospettiva di vita, di una vita migliore, è il primo passo per neutralizzare quella sensazione, prima che possa farsi destino.

Il lavoro, per dare sostanza a un patto intergenerazionale che è tante volte richiamato (si potrebbe dire abusato), ma mai concretamente attivato. La piaga della disoccupazione giovanile si combatte fornendo opportunità di formazione e istruzione, prima, ma anche garantendo occupazione dopo. Mettendo in comunicazione l’esperienza di chi si avvia allaconclusione di un percorso lavorativo, con la forza innovativa di chi quel percorso l’ha appena iniziato. Solo cosìpossiamo ambire a trasformare Torino in una città in cui i giovani desiderano vivere, trasferirsi, ritornare.

Il lavoro, per costruire inclusione nella diversità. La ricchezza culturale come risultato dell’intrecciarsi di mondi,credenze, tradizioni, lingue differenti tra loro e che si incrociano nel tessuto sociale è un tratto distintivo che appartiene dadecenni al DNA di Torino. Un patrimonio multiculturale di cui la nostra città ha sempre saputo fare tesoro, integrando. 

Negli ultimi anni politiche sociali sbagliate, abbandono del sostegno alle formazioni sociali capaci di assicurare progetti di integrazione, mediazione, assistenza in un’ottica di sussidiarietà orizzontale (a cui deve essere nuovamente riconosciutotutto lo spazio che merita, nel rispetto del dettato costituzionale), ma anche il montare di discorsi d’odio e intolleranza checavalcano la sofferenza dei più poveri, hanno condotto a una insostenibile tensione sociale che genera esclusione, una insostenibile competizione tra emarginati, ghettizzazione del diverso. Puntare sull’occupazione significa puntare su unacittà che sa fornire occasioni di riscatto sociale e spazi di conoscenza dell’ ”altro”, non per omologare, ma per permetterea tutti di vivere la loro identità culturale, con dignità, in uno spazio di convivenza fondata sul rispetto reciproco.

 

Il lavoro, per innescare innovazione sostenibile. Il lavoro si declina nella ricerca oltre che nella produzione. Porre al centro del proprio programma politico il lavoro significa puntare sull’innovazione e sul progresso, ma a condizione della loro sostenibilità, sociale, economica e ambientale. È l’intelligenza delle persone che la abitano a fare “intelligente” unacittà. Nell’era delle smart city non dobbiamo dimenticare, infatti, che affinché le opportunità offerte dalla tecnologiaurbana non si riducano a un’altra occasione per creare nuove periferie, è necessario chiedersi a quali domandepretendiamo che le nostre città intelligenti rispondano. A quali esigenze sono chiamate a dare soddisfazione. E quale è ilprezzo che le generazioni future sono chiamate a pagare per il nostro attuale stile di vita depredante. Le città intelligentinon sono di per sé giuste. È ancora una volta la politica a renderle giuste, o più giuste; a decidere se quella tecnologia impiegata sarà a servizio di pochi o nell’ottica dell’inclusione di tutti.

Il lavoro, per permettere il cambiamento. In questo senso due sono gli ambiti di azione su cui un cambio di rotta ci pare essenziale, oggi e non domani. Perché non c’è più tempo. 

In primo luogo pare esaurito il tempo di timide politiche ambientali pensate più per riempire il punto di un programmaelettorale che per far fronte alle enormi questioni (ancora inascoltate) che il cambiamento climatico sta imponendo all’agenda politica mondiale. La questione ambientale non può più essere accantonata. Le amministrazioni comunali posso fare molto. Consumo del suolo, mobilità gestione dei rifiuti sono alcuni ambiti, ma siamo consapevoli che lasostenibilità ambientale pretende un progressivo cambiamento dei nostri stili di vita. Trasformare l’incertezza delcambiamento in opportunità di reddito e sviluppo, così come aiutare i cittadini ad amare la città attraverso lo sviluppo diuna coscienza ambientale anche accompagnandoli nella transizione ecologica sono passaggi obbligati.

Né tanto meno possiamo posticipare ancora il tempo in cui cominciare a prendere sul serio le rivendicazioni del mondofemminile per garantire parità di genere, anche nei fatti. È piuttosto diffusa l’opinione secondo la quale quella di generesarebbe una questione sostanzialmente superata, essendo stati fatti molti passi avanti in campo legislativo. Non di meno, salta agli occhi che a fronte del cammino percorso, tanto resta ancora da fare. Soprattutto in termini di accessibilità aidiritti e loro pieno godimento. Lo spazio della città è chiamato a divenire spazio di politiche capaci di trasformare in occasioni di vita quei riconoscimenti di parità che la Costituzione e la legislazione assicurano. Esse infatti sono in grado predisporre, attraverso il buon governo della cosa pubblica, un apparato di servizi pubblici, essenziali a garantire coerenza tra il sistema dei diritti e la loro pratica. Questo significa, concretamente, avere il coraggio di affrontare il tema nella sua complessità e interezza. A 360°. Smettere, cioè, di vivisezionare la donna e la sua vita, focalizzandosi di volta in volta in un singolo aspetto. Si tratta, rompendo con una pratica più rassicurante, di guardare alle persone come luogo di intersezione di una pluralità di differenze che sono alla base dell’identità. Solo così è possibile assumere il fatto che le donne sono al contempo madri, single, compagne, appartenenti a una minoranza etnica o religiosa, figlie che si prendono cura di genitori anziani, esse stesse anziane, abitanti di periferie o persone sole residenti nel centro urbano, giovani studentesse, disoccupate o iper-occupate, utenti dei trasporti pubblici, frequentatrici di locali, ma anche di giardini, mostre, musei…. Da qui la necessità di abbandonare il classico format in cui ci si accontenta di riprende per punti il manifesto di qualche movimento per la rivendicazione della legislazione di parità, pensando di aver così assolto alle aspettative delle elettrici più attente al tema. 

Bisogna aprirsi a politiche di equità capaci di dare corpo a una democrazia non meramente paritaria, ma duale, ispirata a un principio di anti-subordinazione, capace di riflettere nel suo approccio la diversità di genere, scardinando dinamiche e assetti di potere  consolidati, ma costruiti in un tempo in cui alle donne non era riconosciuto un ruolo quale quello oggi rivendicato dalla Costituzione. Ma per farlo, ancora una volta, è necessario garantire autonomia: attraverso il lavoro; attraverso un apparato di servizi che permettano alla donna di svolgere il proprio lavoro e in esso di progredire; attraverso una cultura del rispetto di genere, che la pubblica amministrazione non deve solo fomentare, ma pretendere.

 

LA STRADA DELLA COOPERAZIONE

L’ambizione degli obiettivi che ci stiamo dando segna al contempo la strada da percorrere per raggiungerli.

È il momento non solo per dire che ci siamo, ma anche per dire come vogliamo esserci, convinti che il come nella politica è importante almeno quanto il cosa.

La volontà di costruire il futuro di Torino attorno al lavoro, non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e culturale, implica la necessità di riconoscere che solo la forza della collaborazione e la pratica della cooperazione possono essere il modo per portare avanti un progetto così elevato.

È la complessità dei problemi da risolvere, dei conflitti da gestire, delle variabili da tenere in conto e delle conoscenze damettere a frutto che impone un approccio collaborativo, che possa mettere in contatto le plurime esigenze, esperienze e punti di vista per addivenire a decisioni il più condivise possibile e per questo in grado di dare i frutti sperati. 

La sfida politica dell’amministrazione in questa prospettiva diviene sfida sociale, che non può che coinvolgere tutti in un patto multilaterale e metropolitano per la città. Solo così è possibile immaginare le istituzioni tornino a svolgere quel ruolo essenziale di mediazione degli interessi e di tutela delle parti più deboli. Troppe volte, infatti, negli ultimi anni, abbiamo dovuto sopportare l’assenza del Comune nella gestione di conflitti economico-sociali che, seppur nondirettamente riguardanti l’ambito pubblico, avrebbero dovuto essere segnati dall’azione dell’amministrazione che è inpossesso degli strumenti necessari per agevolare il compromesso tra le parti sociali e, se dotata di autorevolezza, per garantire l’accordo.

In questo senso, convinti che questa sia l’unica strada percorribile bisogna cominciare lavorare per l’implementazione di una politica di leale collaborazione tra le città dell’area metropolitana torinese. Le politiche attivate a Torino finiscono con l’avere una inevitabile ripercussione sulla vita dei centri limitrofi, e viceversa. D’altra parte è miope chi non veda che èdestinato al fallimento quel progetto di rivitalizzazione della realtà cittadina che non prenda in considerazione l’interagiresulla rete urbana delle tante donne e dei tanti uomini che per le ragioni più diverse trascorrono la maggior parte dellagiornata nella nostra città, contribuendo nei fatti alla sua vita sociale, lavorativa, economica. 

Sull’esempio delle tante città europee che hanno saputo fare dell’area vasta la dimensione della loro politica, trasformando, ancora una volta, la complessità in risorsa, è il momento di cominciare a porre le basi di un accordo di mutua cooperazione che unisca tutta la città metropolitana in un’unica visione politica capace di favorire sviluppo e benessere. Si tratta di una dimensione politica che non può più essere tralasciata e di cui per troppo tempo sono statesottovalutate le potenzialità, inespresse in particolare dopo il ridimensionamento istituzionale e politico delle province.

 

Ascolto, interazione, cooperazione, dunque, perché sin dalle prime battute questo progetto per Torino sia un progettocondiviso: solo così potrà ambire a essere realizzato, contando sulla partecipazione attiva di tutti, mostrandosi all’altezzadegli obiettivi che ci stiamo prefiggendo.

Non si tratta di un progetto a breve termine. Ci vuole tempo per costruire soluzioni che non siano pensate a meri fini elettorali ma che abbiano come orizzonte quello del dialogo tra generazioni. Ci vuole tempo per leggere e interpretare la nostra società complessa ed estremamente dinamica. 

Prendere coscienza della sfida è il primo passo. Scegliere i propri obiettivi è essenziale. Ambiente innovazione e lavoro sono i nostri.

È da diversi anni che Torino cerca di fare i conti con una condizione di disagio sociale, economico e urbano che è andatapeggiorando progressivamente. La crisi che attraversa Torino è stata sicuramente aggravata dalla pandemia, ma ha radici più profonde, del tutto peculiari, che affondano nell’immobilismo, nel progressivo smantellamento delle sue reti, in unaamministrazione che ha abdicato al ruolo di agente politico per affidarsi a una visione meramente tecnica del suo mandato. 

È come se la città nelle ultime due decadi avesse deciso di giocare in difesa, in attesa che l’onda passasse, senzaimpegnarsi a leggere la realtà, senza rendersi conto che i cambiamenti con i quali stavamo confrontandoci non erano transitori, bensì strutturali. Da governare, mettere a sistema e non solo da arginare.

La sensazione è che Torino abbia subito la trasformazione economica e sociale di questi ultimi decenni senza rigenerare lasua identità di città progressista, capace di affrontare e anzi prevedere le sfide del nostro tempo. E’ l’identità che di sé edella propria collettività si vuole trasmettere a marcare la direzione da seguire e a dare avvio a un cammino di progettualità. Quel cammino di progettualità che in tutti questi anni è mancato a Torino, schiacciata sotto il pesodell’attendismo di chi non sa tracciare una nuova visione di lungo periodo per la città.

 

È tempo per Torino di rimettersi in cammino. È tempo di riscoprire la sua vocazione di città in grado di reinventarsi, convertirsi, rialzarsi.

E’ tempo anche per noi, per coloro che pretendono di animare il fronte progressista di questa città, di ricordarci che un’anima l’abbiamo; e abbiamo un’identità che si fonda su valori profondi, capaci di connotare le nostre azioni e di sostenere una passione che quei valori, vissuti nello spazio pubblico, sanno accendere.

 

Il come non è difficile da immaginare: facendo quello che la politica è chiamata a fare, ossia rimettere in moto imeccanismi stanchi di un processo di rappresentanza politica che ha perso credibilità, entusiasmo, lungimiranza. Bisogna puntare su un nuovo patto di cittadinanza metropolitana tra popolazione e istituzioni.

La città contemporanea, connessa e reticolare, è divenuta con il passare del tempo un luogo di sfida, in cui il globale incontra il locale e in questa prospettiva “glocale”, intrinsecamente politica, manifesta la sua vera natura: quella diun’organizzazione economico-sociale, in cui si intrecciano istituzioni, azioni sociali, vite. Ed è a quell’intreccio chebisogna guardare, connettendo talenti ed entusiasmi, esperienze e progetti; al contempo disconnettendo diffidenza e rassegnazione.

 

Avere uno sguardo d’insieme sulla realtà diventa essenziale. Imprescindibile, se partiamo dal presupposto che laddove il “tecnico” può permettersi di fornire soluzioni puntuali, la politica deve sempre e in ogni caso mantenere uno sguardo sul tutto, per dare risposte concrete a una complessità che è evidente nelle nostre società caratterizzate da una “super-diversità” crescente.

Capacità di abitare la realtà, vivere il conflitto, tendere ponti: questo è ciò che la politica deve essere in grado di assicurare. 

La prospettiva non può che essere quella della multilateralità, la sola in grado di intercettare i nodi del tessuto sociale, senza cercare scorciatoie e rinunciando a comode dinamiche che banalizzano con una semplificazione che però conducesolo a effimere soluzioni.

 

La proposta è certamente sfidante. Ma, del resto, altrettanto sfidante è il momento storico che stiamo vivendo e che pretende un cambiamento di prospettiva, dinamiche nuove, un nuovo approccio politico.

Serve sollevare gli occhi dal contingente. Non per perderlo di vista, ma per non permettergli di offuscare l’immagine delpiù ampio orizzonte di senso nel quale ci stiamo muovendo.

Se è vero che lo spazio è fattore della storia almeno quanto il tempo, allora, nell’amministrare questa città bisogneràprendere coscienza del fatto che la politica non può limitarsi a registrare questo percorso storico, ma è chiamata a orientarlo, plasmando lo spazio sociale e urbano, scrivendo una nuova tappa della storia della nostra Torino.

 

Ci vuole coraggio a sollevare lo sguardo. A fare delle domande. A dare delle risposte. 

Ma quel coraggio è nella natura di questa città, che ha saputo sempre reinventarsi. Quel coraggio abita nella storia della nostra Città e ci impone di confrontarci con la sfida e di cambiare passo.

 

Ce lo chiedono prima di tutti i giovani che in questa Città vorrebbero restare ma non possono farlo, perché mancanocondizioni di vita, opportunità di crescita, prospettiva di futuro.

 

Ce lo chiede l’ambiente nel quale viviamo, saturo, deprivato, esaurito.

 

Ce lo chiedono le famiglie che abitano i nostri quartieri e che si trovano spesso sole a lottare contro un’amministrazione che si è trasformata in un ostacolo e non in un’alleata a fianco della loro quotidianità, contro una struttura urbanaasfissiante in cui si dedica più spazio alle automobili che al verde, contro un sistema di viabilità al collasso che limita leoccasioni di vita.

 

Ce lo chiedono i tanti lavoratori, dipendenti o liberi professionisti, artigiani, commercianti e ristoratori che hanno visto il loro impiego perduto, la loro attività travolta, le loro professionalità sciupate.

 

Crediamo che esiste la consapevolezza della sfida di questo tempo e delle sue ragioni. 

Possiamo dunque metterci in moto, occupandoci per prima cosa di segnare i confini valoriali di quella visione che vogliamo porre al centro del nostro progetto politico per Torino e che per noi non può che coincidere con l’impegno chetradizionalmente ha caratterizzato il percorso storico della sinistra in Europa, ossia la protezione della dignità dellepersone, che significa rispetto dei percorsi di vita, del merito, delle differenze, ma che vuol dire anche emancipazione dalle condizioni di bisogno, di sofferenza, di limitazione, perché si rivela inutile lo sforzo di quella città che costruisceopportunità e non mette i suoi cittadini nelle condizioni di coglierle, in quanto oppressi dal peso degli ostacoli economici e sociali della loro esistenza. 

Le nostre società sembrano non riuscire a contrastare con efficacia il male del nostro tempo: la disuguaglianza. Per quanto la ricchezza abbia subito una contrazione negli ultimi anni, resta il fatto che senza una lotta strutturale alla povertà, fondata su politiche di produzione e redistribuzione, resteremo inermi a veder peggiorare le condizioni di vita di molti nostri cittadini.

Nella città possono essere messe a punto le condizioni per guidare questa lotta, questo cambio di passo.

Serve una pubblica amministrazione efficiente, efficace, lungimirante e guidata da progettualità, dal momento che senza la prospettiva costituzionale della difesa della dignità umana e del pluralismo divengono lettera morta, perché senza buongoverno non c’’è godimento di libertà. 

Dove gli è di competenza l’amministrazione comunale agirà, dunque, al fine di fornire servizi, tutelare diritti, colmare distanze sociali; dove la sua competenza non arriva, forte della sua autorevolezza (che gli deriva dalla conoscenza del tessuto urbano e dall’aver immaginato un piano strategico di sviluppo e inclusione condiviso), sarà in grado di farsigarante dei propri cittadini e delle loro necessità, davanti allo Stato e alla Regione.

Ci muove la convinzione che l’idea di una città che diviene motore per dare effettività ai diritti attraverso una pubblicaamministrazione efficiente non sia un’utopia. È l’obiettivo di un progetto politico non facile, certo, ma possibile, che si fonda almeno su due pilastri concreti che si chiamano LAVORO e COOPERAZIONE.

È, in primo luogo, nel lavoro che la dignità dell’uomo prende forma. L’occupazione garantisce autonomia – non solo economica – per avviare un percorso personale di sviluppo, di crescita, di realizzazione. Al contempo, è innegabile lafunzione collettiva che il lavoro svolge, dal momento che il cittadino che lavora concorre senza dubbio al progresso materiale e spirituale di tutta la collettività.

Creare, favorire e proteggere l’occupazione divengono atti politicamente necessari e benefici per la città.

 

Il lavoro, per ricucire strappi e colmare divari i cui segni sono più che mai visibili nella frattura centro-periferia, che è unafrattura prima di tutto geografica, ma non di meno sociale. 

La periferia, infatti, è divenuta espressione più ampia per parlare di quella condizione di povertà, emarginazione,isolamento in cui versano molte persone, ovunque. Ma non va sottovalutato che vi sono condizioni di disagio che, catalizzandosi geograficamente, si accatastano così tanto l’una sull’altra da pietrificarsi, facendosi luogo e generando neltempo una sensazione di immodificabilità. Il lavoro inteso come prospettiva di vita, di una vita migliore, è il primo passo per neutralizzare quella sensazione, prima che possa farsi destino.

Il lavoro, per dare sostanza a un patto intergenerazionale che è tante volte richiamato (si potrebbe dire abusato), ma mai concretamente attivato. La piaga della disoccupazione giovanile si combatte fornendo opportunità di formazione e istruzione, prima, ma anche garantendo occupazione dopo. Mettendo in comunicazione l’esperienza di chi si avvia allaconclusione di un percorso lavorativo, con la forza innovativa di chi quel percorso l’ha appena iniziato. Solo cosìpossiamo ambire a trasformare Torino in una città in cui i giovani desiderano vivere, trasferirsi, ritornare.

Il lavoro, per costruire inclusione nella diversità. La ricchezza culturale come risultato dell’intrecciarsi di mondi,credenze, tradizioni, lingue differenti tra loro e che si incrociano nel tessuto sociale è un tratto distintivo che appartiene dadecenni al DNA di Torino. Un patrimonio multiculturale di cui la nostra città ha sempre saputo fare tesoro, integrando. 

Negli ultimi anni politiche sociali sbagliate, abbandono del sostegno alle formazioni sociali capaci di assicurare progetti di integrazione, mediazione, assistenza in un’ottica di sussidiarietà orizzontale (a cui deve essere nuovamente riconosciutotutto lo spazio che merita, nel rispetto del dettato costituzionale), ma anche il montare di discorsi d’odio e intolleranza checavalcano la sofferenza dei più poveri, hanno condotto a una insostenibile tensione sociale che genera esclusione, una insostenibile competizione tra emarginati, ghettizzazione del diverso. Puntare sull’occupazione significa puntare su unacittà che sa fornire occasioni di riscatto sociale e spazi di conoscenza dell’ ”altro”, non per omologare, ma per permetterea tutti di vivere la loro identità culturale, con dignità, in uno spazio di convivenza fondata sul rispetto reciproco.

 

Il lavoro, per innescare innovazione sostenibile. Il lavoro si declina nella ricerca oltre che nella produzione. Porre al centro del proprio programma politico il lavoro significa puntare sull’innovazione e sul progresso, ma a condizione della loro sostenibilità, sociale, economica e ambientale. È l’intelligenza delle persone che la abitano a fare “intelligente” unacittà. Nell’era delle smart city non dobbiamo dimenticare, infatti, che affinché le opportunità offerte dalla tecnologiaurbana non si riducano a un’altra occasione per creare nuove periferie, è necessario chiedersi a quali domandepretendiamo che le nostre città intelligenti rispondano. A quali esigenze sono chiamate a dare soddisfazione. E quale è ilprezzo che le generazioni future sono chiamate a pagare per il nostro attuale stile di vita depredante. Le città intelligentinon sono di per sé giuste. È ancora una volta la politica a renderle giuste, o più giuste; a decidere se quella tecnologia impiegata sarà a servizio di pochi o nell’ottica dell’inclusione di tutti.

Il lavoro, per permettere il cambiamento. In questo senso due sono gli ambiti di azione su cui un cambio di rotta ci pare essenziale, oggi e non domani. Perché non c’è più tempo. 

In primo luogo pare esaurito il tempo di timide politiche ambientali pensate più per riempire il punto di un programmaelettorale che per far fronte alle enormi questioni (ancora inascoltate) che il cambiamento climatico sta imponendo all’agenda politica mondiale. La questione ambientale non può più essere accantonata. Le amministrazioni comunali posso fare molto. Consumo del suolo, mobilità gestione dei rifiuti sono alcuni ambiti, ma siamo consapevoli che lasostenibilità ambientale pretende un progressivo cambiamento dei nostri stili di vita. Trasformare l’incertezza delcambiamento in opportunità di reddito e sviluppo, così come aiutare i cittadini ad amare la città attraverso lo sviluppo diuna coscienza ambientale anche accompagnandoli nella transizione ecologica sono passaggi obbligati.

Né tanto meno possiamo posticipare ancora il tempo in cui cominciare a prendere sul serio le rivendicazioni del mondofemminile per garantire parità di genere, anche nei fatti. È piuttosto diffusa l’opinione secondo la quale quella di generesarebbe una questione sostanzialmente superata, essendo stati fatti molti passi avanti in campo legislativo. Non di meno, salta agli occhi che a fronte del cammino percorso, tanto resta ancora da fare. Soprattutto in termini di accessibilità aidiritti e loro pieno godimento. Lo spazio della città è chiamato a divenire spazio di politiche capaci di trasformare in occasioni di vita quei riconoscimenti di parità che la Costituzione e la legislazione assicurano. Esse infatti sono in grado predisporre, attraverso il buon governo della cosa pubblica, un apparato di servizi pubblici, essenziali a garantire coerenza tra il sistema dei diritti e la loro pratica. Questo significa, concretamente, avere il coraggio di affrontare il tema nella sua complessità e interezza. A 360°. Smettere, cioè, di vivisezionare la donna e la sua vita, focalizzandosi di volta in volta in un singolo aspetto. Si tratta, rompendo con una pratica più rassicurante, di guardare alle persone come luogo di intersezione di una pluralità di differenze che sono alla base dell’identità. Solo così è possibile assumere il fatto che le donne sono al contempo madri, single, compagne, appartenenti a una minoranza etnica o religiosa, figlie che si prendono cura di genitori anziani, esse stesse anziane, abitanti di periferie o persone sole residenti nel centro urbano, giovani studentesse, disoccupate o iper-occupate, utenti dei trasporti pubblici, frequentatrici di locali, ma anche di giardini, mostre, musei…. Da qui la necessità di abbandonare il classico format in cui ci si accontenta di riprende per punti il manifesto di qualche movimento per la rivendicazione della legislazione di parità, pensando di aver così assolto alle aspettative delle elettrici più attente al tema. 

Bisogna aprirsi a politiche di equità capaci di dare corpo a una democrazia non meramente paritaria, ma duale, ispirata a un principio di anti-subordinazione, capace di riflettere nel suo approccio la diversità di genere, scardinando dinamiche e assetti di potere  consolidati, ma costruiti in un tempo in cui alle donne non era riconosciuto un ruolo quale quello oggi rivendicato dalla Costituzione. Ma per farlo, ancora una volta, è necessario garantire autonomia: attraverso il lavoro; attraverso un apparato di servizi che permettano alla donna di svolgere il proprio lavoro e in esso di progredire; attraverso una cultura del rispetto di genere, che la pubblica amministrazione non deve solo fomentare, ma pretendere.

 

LA STRADA DELLA COOPERAZIONE

L’ambizione degli obiettivi che ci stiamo dando segna al contempo la strada da percorrere per raggiungerli.

È il momento non solo per dire che ci siamo, ma anche per dire come vogliamo esserci, convinti che il come nella politica è importante almeno quanto il cosa.

La volontà di costruire il futuro di Torino attorno al lavoro, non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e culturale, implica la necessità di riconoscere che solo la forza della collaborazione e la pratica della cooperazione possono essere il modo per portare avanti un progetto così elevato.

È la complessità dei problemi da risolvere, dei conflitti da gestire, delle variabili da tenere in conto e delle conoscenze damettere a frutto che impone un approccio collaborativo, che possa mettere in contatto le plurime esigenze, esperienze e punti di vista per addivenire a decisioni il più condivise possibile e per questo in grado di dare i frutti sperati. 

La sfida politica dell’amministrazione in questa prospettiva diviene sfida sociale, che non può che coinvolgere tutti in un patto multilaterale e metropolitano per la città. Solo così è possibile immaginare le istituzioni tornino a svolgere quel ruolo essenziale di mediazione degli interessi e di tutela delle parti più deboli. Troppe volte, infatti, negli ultimi anni, abbiamo dovuto sopportare l’assenza del Comune nella gestione di conflitti economico-sociali che, seppur nondirettamente riguardanti l’ambito pubblico, avrebbero dovuto essere segnati dall’azione dell’amministrazione che è inpossesso degli strumenti necessari per agevolare il compromesso tra le parti sociali e, se dotata di autorevolezza, per garantire l’accordo.

In questo senso, convinti che questa sia l’unica strada percorribile bisogna cominciare lavorare per l’implementazione di una politica di leale collaborazione tra le città dell’area metropolitana torinese. Le politiche attivate a Torino finiscono con l’avere una inevitabile ripercussione sulla vita dei centri limitrofi, e viceversa. D’altra parte è miope chi non veda che èdestinato al fallimento quel progetto di rivitalizzazione della realtà cittadina che non prenda in considerazione l’interagiresulla rete urbana delle tante donne e dei tanti uomini che per le ragioni più diverse trascorrono la maggior parte dellagiornata nella nostra città, contribuendo nei fatti alla sua vita sociale, lavorativa, economica. 

Sull’esempio delle tante città europee che hanno saputo fare dell’area vasta la dimensione della loro politica, trasformando, ancora una volta, la complessità in risorsa, è il momento di cominciare a porre le basi di un accordo di mutua cooperazione che unisca tutta la città metropolitana in un’unica visione politica capace di favorire sviluppo e benessere. Si tratta di una dimensione politica che non può più essere tralasciata e di cui per troppo tempo sono statesottovalutate le potenzialità, inespresse in particolare dopo il ridimensionamento istituzionale e politico delle province.

 

Ascolto, interazione, cooperazione, dunque, perché sin dalle prime battute questo progetto per Torino sia un progettocondiviso: solo così potrà ambire a essere realizzato, contando sulla partecipazione attiva di tutti, mostrandosi all’altezzadegli obiettivi che ci stiamo prefiggendo.

Non si tratta di un progetto a breve termine. Ci vuole tempo per costruire soluzioni che non siano pensate a meri fini elettorali ma che abbiano come orizzonte quello del dialogo tra generazioni. Ci vuole tempo per leggere e interpretare la nostra società complessa ed estremamente dinamica. 

Prendere coscienza della sfida è il primo passo. Scegliere i propri obiettivi è essenziale. Ambiente innovazione e lavoro sono i nostri.