TORINO, UNA CITTA’ AL FEMMINILE



1.  L’idea che la città sia chiamata a essere luogo in cui i diritti sono vissuti oltre che riconosciuti può essere ben rappresentata in un ambito come quello della lotta alle discriminazioni di genere.

Ciò perché riconoscere titolarità non vuol dire affatto, di per sé, garantire godimento.

2. È piuttosto diffusa l’opinione secondo la quale quella di genere sarebbe una questione sostanzialmente superata, essendo stati fatti molti passi avanti in campo legislativo.

Non di meno, salta agli occhi che a fronte del cammino percorso, tanto resta ancora da fare. Soprattutto in termini di accessibilità ai diritti e loro pieno godimento.

Considerare quella della parità di genere una partita ormai vinta, non solo è sbagliato, dal momento che esistono ancora ampi margini di miglioramento e settori in cui la condizione della donna, ieri come oggi, non è affatto equiparabile a quella dell’uomo, ma è anche pericolosa, dal momento che tende a voler archiviare come sorpassato un tema che invece è di gran attualità, con ciò implicitamente tacciando come pretestuose e strumentali le rivendicazioni del mondo femminile e aumentando i danni sociali ed economici che di fatto genera il mancato riconoscimento di fatto della parità.

Anche riconoscendo i passi fatti a livello legislativo e gli effetti benefici che l’apparato normativo antidiscriminatorio ha prodotto bisogna ammettere che sono molti gli ambiti in cui non sempre “riconoscimento” ha voluto dire “pieno godimento”.

Ciò perché i diritti senza politiche sono destinati al silenzio, alla loro inattuazione e con il tempo alla loro desuetudine. 

Sono le politiche a dare mani e piedi ai diritti. A permettere alla società di avanzare ferma nei propri valori.

E le politiche sono fatte da amministratori che hanno la capacità di essere visionari del diritto: ingegneri e un po’ anche architetti del diritto. Uomini e donne capaci di costruire società non solo efficienti, ma anche giuste; capaci di alimentare dinamiche non solo efficaci, ma anche inclusive; di garantire non solo sicurezza di vita, ma anche benessere comunitario.

3. Appare chiaro da quanto si va dicendo che, in questa prospettiva, lo spazio della città è chiamato a divenire spazio di politiche capaci di trasformare in occasioni di vita quei riconoscimenti di parità che la Costituzione e la legislazione assicurano. Esse infatti sono in grado predisporre, attraverso il buon governo della cosa pubblica, un apparato di servizi pubblici essenziali a garantire coerenza tra il sistema dei diritti e la loro pratica. 

Ciò, d’altra parte, a patto che si sappia avere il coraggio dell’impegno che si assume. Il coraggio di trasformare un valore in azione. Una promessa di cambiamento in realtà.

Per quel che riguarda la questione della parità e della lotta alle discriminazioni di genere questo significa, concretamente, avere il coraggio di affrontare il tema nella sua complessità e interezza. A 360°. Smettere, cioè, di vivisezionare la donna e la sua vita, focalizzandosi di volta in volta in un singolo aspetto trattato per punti, stilando elenchi che mancano di armonia e che servono solo a rassicurare sul fatto che l’amministratore di turno ha ben presente “la questione di genere”.

Si tratta, rompendo con una pratica più rassicurante, di guardare alle persone come luogo della “transdifferenza”, ossia come luogo di intersezione di una pluralità di differenze alla base dell’identità. Solo così è possibile assumere il fatto (lapalissiano) che le donne sono al contempo madri, single, compagne, appartenenti a una minoranza etnica o religiosa, figlie che si prendono cura di genitori anziani, esse stesse anziane, abitanti di periferie o persone sole residenti nel centro urbano, giovani studentesse, disoccupate o iper-occupate, utenti dei trasporti pubblici, frequentatrici di locali, ma anche di giardini, mostre, musei….

Come è possibile, di fronte a queste identità complesse e irriducibili, pensare di poter ancora relegare la questione di genere nello spazio di una competenza, o in termini ancora più riduttivi, a “un punto” del programma di governo? Come immaginare di comprimere la complessità della vita di una persona, sia essa donna o uomo, a un elenco di propositi?

La lotta alle discriminazioni (di genere, di culture, linguistiche, religiose, di orientamento sessuale…) impegna i rappresentanti politici, in forza dell’art. 3 e dei doveri che con la loro carica assumono, a garantire pari dignità sociale alle persone. Tale responsabilità deve rispecchiarsi in ognuna delle azioni che il rappresentante mette in marcia. Deve rappresentare l’obiettivo ultimo e prioritario di ogni sua politica. Per quel che concerne le questioni di genere, in particolare, ciò significa abbandonare un approccio meramente quantitativo, per aprirsi a politiche di equità capaci di dare corpo a una democrazia non meramente paritaria, ma duale, ossia capace di riflettere nel suo approccio la diversità di genere, scardinando dinamiche e assetti consolidati, ma costruiti in un tempo in cui alle donne non era riconosciuto un ruolo quale quello oggi rivendicato dalla Costituzione.

Da qui la necessità di abbandonare il classico format in cui ci si accontenta di riprende per punti il manifesto di qualche movimento per la rivendicazione della legislazione di parità, pensando di aver così assolto alle aspettative delle elettrici più attente al tema, mostrando sensibilità rispetto alla questione. Ciò cui la politica, soprattutto locale, è chiamata è ben altro: agendo soltanto attraverso puntuali politiche antidiscriminatorie, pur incidendo sullo spazio pubblico, che risulterà “diversamente abitato”, non avremmo contribuito a ridefinirlo, a renderlo inclusivo, integrato.

È tempo del coraggio. Di chi chiede. Di chi risponde.

È tempo di dare agibilità alle regola dell’”antisubordinazione”, che mira a riorganizzare le prospettive dell’azione politica, operando sui meccanismi della decisione, per renderla capace di esprimere non solo un punto di vista paritario, ma anche ontologicamente duale , perché duale è il genere umano.

E’ tempo di costruire politiche in cui il tema della lotta alla discriminazione e l’affermazione della parità viene assunta come una “meta-politica” ossia una politica trasversale, presente come filo rosso in ogni azione: nella scelte che concernono i trasporti pubblici, l’educazione e l’istruzione, la cura degli anziani e le politiche giovanili, il piano di sviluppo industriale, culturale, turistico, l’urbanistica…E’ tempo di abbandonare una prospettiva meramente assimilazionista del femminile nelle costruzioni normative e sociali che appartengono a un orizzonte di esperienza meramente maschile.

Che il punto di vista del genere diventi un punto di vista da cui guardare ad ogni politica: questa è la sfida che assume oggi davanti alla questione di genere un’amministrazione coraggiosa, perché se è vero che molto deve essere ancora detto, ancor più importante è che chi ha il potere di farlo cominci a dare attuazione concreta a quello che già c’è. Così si costruisce inclusione. Assicurando la dignità all’esistenza di ogni persona.