• Riflessioni su Motorola e Torino

    L’abbandono improvviso di Motorola , dal centro ricerche e sviluppo di Torino, ci impone almeno due ordini di riflessioni: innanzi tutto il mantenimento sul territorio e la valorizzazione del know-how dei 370 lavoratori, in secondo luogo il significativo apporto di risorse pubbliche che ha caratterizzato la presenza di Motorola nella nostra città.

    L’abilità di raggiungere la leadership di mercato per il secondo produttore di cellulari al mondo, tanto declamata dall’azienda in questi anni, ha trovato fondamenta nelle eccezionali proprietà e capacità intellettuali delle risorse umane che ha avuto a disposizione. E’ inaccettabile che, in un Paese che dibatte con forza sulla necessità di destinare giustamente risorse utili alla ricerca, laddove questa si concretizza – come a Torino con il Politecnico – si producano eccellenze che oggi vengono mortificate dalle scelte commerciali sbagliate del management dell’azienda americana.

    In questi anni Motorola oltre a beneficiare delle alte professionalità nate in seno al Politecnico di Torino, non ha pagato l’affitto di una struttura di migliaia di metri quadrati, ha condizionato l’I3P, (l’incubatore nato per generare nuova imprenditoria “knowledge based” ), sedendo nel suo consiglio di amministrazione ed ha infine trovato nel Comune di Torino un acquirente di prodotti tecnologici per centinaia di migliaia di euro.

    In questa vicenda vengono evidentemente a galla tutte le contraddizioni e le ambiguità proprie del vano tentativo di coniugare contemporaneamente liberismo e sostegno pubblico. Chi otto anni fa, ha colto nell’arrivo di Motorola a Torino una opportunità di sviluppo ha fatto il suo mestiere. Chi ha forzato perché avvenisse a tutti i costi ha peccato di eccessivo entusiasmo e di scarsa lungimiranza.

    Oggi, a differenza del 2000, la politica torinese ha l’opportunità di dare fiducia direttamente ai lavoratori offrendo loro strumenti utili a creare imprese che da questo territorio, con le sinergie già in atto tra istituzioni ed Università, capitalizzino gli investimenti realizzati. L’alternativa errata sarebbe l’affannosa ricerca di grandi investitori ai quali dover assicurare chissà quali altre garanzie.

    Non penso che le soluzioni. che necessariamente devono nascere in seno alla politica, possano limitarsi ad adire per vie legali anche perché Motorola, per quanto possa essere doloroso ammetterlo, ha rispettato il suo contratto.

    Penso che la politica abbia come principale obiettivo quello di immaginare il futuro, il migliore possibile e lavorare perché si realizzi e credo che debba fare tesoro delle esperienze passate, soprattutto se queste sono severe lezioni, utili per le scelte future.

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  • TORINO 2010: CAPITALE DEI GIOVANI

    On: 23 settembre 2008
    In: Articoli, Attività Amministrativa
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    In questi giorni Torino ha presentato la candidatura per diventare nel 2010 capitale europea dei Giovani, un progetto europeo, all’interno dell”European Youth Forum”, organo consultivo indipendente che lavora a stretto contatto con l’Unione europea e le Nazioni Unite.
    L’esperienza di Torino nell’organizzazione di grandi eventi è ormai fuori discussione, la capacità di promuovere politiche giovanili ha contagiato negli ultimi trent’anni numerose Città d’Italia.
    Esiste, sempre più forte e radicata, una Rete di esperienze arricchita quotidianamente dall’entusiasmo di numerose associazioni culturali, sportive, del privato sociale, ONG, ma anche gruppi informali di giovani che a vario titolo desiderano esprimere la legittima voglia di responsabile protagonismo.
    L’opportunità di diventare Capitale Europea dei Giovani nel 2010 rappresenta per Torino un ulteriore occasione per condividere con queste realtà un percorso partecipato di collaborazione capace di rafforzare un patto di cittadinanza attiva, all’insegna di un riconoscimento reciproco tra l’Amministrazione e i giovani attori di un territorio che ancora una volta non sta mai fermo.

    Enzo Lavolta
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  • BLOCCHI LOCALI

    On: 4 giugno 2008
    In: Articoli
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    di Massimo Bordignon 02.06.2008

    Si torna a parlare di un nuovo blocco dei tributi locali. Che dovrebbe preludere al vero federalismo fiscale. Come nel 2002. Questa volta con l’aggravante dell’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, l’unico tributo proprio che i comuni abbiano mai avuto. Il governo vuole così frenare la spesa locale. Un’intenzione comprensibile. Ma nel 2003-2006 non è andata così. E potrebbe peggiorare il rating di Regioni e comuni, mettendo in crisi quelli più indebitati.

    Nel 2002, il ministro del Tesoro di allora, l’onorevole Giulio Tremonti decise di bloccare, a partire dall’anno successivo, l’autonomia dei governi locali su Irap e addizionali Irpef (ma non l’Ici).
    Il blocco è rimasto fino al 2007, quando il governo di centrosinistra, nell’ambito di una revisione dei patti di stabilità interna, prese la decisione opposta, addirittura ampliando gli spazi di manovra dei comuni sull’imposta sulle persone fisiche.
    Nel 2002, la decisione del ministro Tremonti sollevò non poche perplessità anche all’interno della sua maggioranza di governo. Si disse allora che il blocco preparava la strada all’introduzione di un “vero” federalismo fiscale e a riprova si introdusse un’Alta commissione sul federalismo fiscale, che nel giro di tre mesi avrebbe dovuto predisporre una proposta di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, articolo che appunto si occupa dei sistemi di finanziamento e di perequazione dei governi locali potenziati dalla riforma costituzionale del 2001. Nei fatti, l’Alta commissione ebbe vita stentata e presentò la sua proposta solo sul finire del 2005 e motu proprio, senza cioè l’avallo politico del ministro del Tesoro di allora, di nuovo l’onorevole Giulio Tremonti.

    LA STORIA SI RIPETE

    Nel 2008, la storia sembra ripetersi e con gli stessi protagonisti di allora. Secondo quanto previsto dal comma 7, art.1. del decreto legge del 27 maggio scorso , il governo di centrodestra si preparerebbe di nuovo a bloccare del tutto i tributi locali, con l’aggravante che questa volta si interviene in modo definitivo, eliminandola, anche sull’Ici prima casa, l’unico “vero” tributo locale che i comuni abbiano mai avuto. E di nuovo, si afferma che l’intervento, lungi dall’essere penalizzante per i governi territoriali, prepara soltanto l’introduzione del “vero” federalismo fiscale. Se la storia è maestra, qualche dubbio è inevitabile.
    L’intenzione del governo, bloccare i tributi per bloccare la crescita della spesa locale, è comprensibile. Ma si dimenticano alcuni fatti. Primo, la dinamica della spesa degli enti locali, Regioni comprese, nel periodo 2003-2006 non si è affatto ridotta. Piuttosto, è aumentato il debito, soprattutto in quelle forme, come i derivati, che consentivano agli enti locali di far cassa nell’immediato spostando l’onere del pagamento su governi futuri. Secondo, l’autonomia tributaria è parte integrante del federalismo fiscale. Piaccia o non piaccia, l’essenza del federalismo sta nel fatto che Regioni e comuni scelgano liberamente le proprie aliquote e i cittadini li giudichino su quello che fanno con i loro soldi. Un sistema di finanziamento basato solo su trasferimenti e compartecipazioni (cioè, sui soldi degli altri) è il peggio che si possa avere in termini di incentivi alla responsabilità fiscale degli enti locali. Terzo, la decisione rischia di aggravare la situazione finanziaria di molti enti locali. Le agenzie di rating, nel valutare la solvibilità di un ente locale, tengono conto della sua abilità di sollevare risorse addizionali con tributi propri, se necessario. Eliminare tale possibilità, riduce il rating e per questa via aumenta il costo del debito e mette in crisi i governi più indebitati. Quarto, ogni procedura di blocco è necessariamente iniqua, perché introduce un’asimmetria tra i governi che avevano agito sui tributi prima del blocco e quelli che si preparavano a farlo successivamente e che ora non possono più farlo.

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  • IN PIAZZA DELLA REPUBBLICA 14 SORGERÀ UN “ALBERGO SOCIALE”

    On: 18 aprile 2008
    In: Articoli, Attività Amministrativa
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    A Torino nascerà un “albergo sociale”, una struttura che offre spazi abitativi a quanti si trovano temporaneamente in difficoltà. Il comune acquisterà il palazzo di piazza della Repubblica 14, che attualmente è in condizioni di abbandono, assegnandolo in comodato gratuito per almeno 25 anni a un ente privato che ne curerà la riqualificazione e farà nascere l’albergo, curandone direttamente la gestione o affidandola a terzi. Il prezzo d”acquisto è di 1,13 milioni di euro; le risorse sarano reperite attraverso fondi regionali – utilizzabili sulla base dell’accordo di programma tra Regione, ministero delle Infrastrutture e Città di Torino del 30 aprile 2007 per la realizzazione di alloggi sperimentali e progetti speciali – per circa 1 milione, e 130 mila euro da proprie risorse.

    Per l’affidamento della gestione del servizio sarà emesso un bando. “L’albergo sociale è una struttura con alcuni spazi comuni e una serie di stanze e bilocali con angolo cottura e servizi. Può offrire un alloggio temporaneo a giovani studenti o lavoratori in trasferta, che necessitino di un punto di appoggio per qualche settimana o qualche mese. Ma può permettere al comune di insediarvi per il tempo necessario a trovare una nuova casa le famiglie colpite da sfratto esecutivo, oppure le persone in condizioni di fragilità sociale, appena uscite da una condizione di sofferenza e che necessitano di una base dalla quale ricostruire una vita normale”.

    Attualmente il comune, rivolgendosi al mercato alberghiero tradizionale, spende circa 380 mila euro per affrontare le emergenze abitative come sfratti, sgombero per inagibilità, casi sociali, progetti di reinserimento sociale, offrendo tra l’altro “una risposta parziale alle esigenze delle famiglie”, per la fruibilità ridotta consentita da un albergo, come l’impossibilità di preparare cibi. La struttura sarà anche accessibile su prenotazione per quanti si trovino a dover risedere in città per un tempo limitato e siano in cerca di una sistemazione economica.

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  • Farmacie e utili

    On: 2 febbraio 2008
    In: Articoli
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  • GTT- ATM: occasione di sviluppo

    On: 2 febbraio 2008
    In: Articoli
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    Credo fortemente nella necessità di rinnovare il trasporto pubblico locale trasformandolo in un vero e proprio strumento per la mobilità sostenibile, attraverso un deciso salto di qualità. Se si vuole un trasporto pubblico moderno, in grado di costituire una valida e credibile alternativa all’uso smodato del mezzo privato soprattutto nelle aree urbane, occorre che il Comune si ponga nuovi e più ambiziosi obiettivi. Diventa quindi prioritario migliorare la qualità del servizio reso ed il grado di soddisfazione dell’utenza preservando e valorizzando la funzione sociale, attraverso un risanamento economico che non si traduca in un costo per la cittadinanza ed i lavoratori.
    Se l’ipotesi di fusione GTT-Torino e ATM-Milano promuove la necessaria ristrutturazione industriale delle aziende pubbliche di gestione anche attraverso un maggior ruolo dell’impresa privata locale e non un mero gigantismo aziendale utile solo a svuotare la reale potestà di programmazione e controllo di Province e Comuni, non possiamo che salutare positivamente un’operazione all’insegna del necessario processo di liberalizzazione in corso.

    Enzo Lavolta

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  • La rivoluzione pacifica

    On: 28 settembre 2007
    In: Articoli
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    La storia di Gandhi sembra ripetersi in questi giorni in Birmania e ci sono vittime tra i sostenitori pacifici della rivoluzione silenziosa contro i militari che lì detengono il potere.

    Esprimo la mia più dura condanna per le violenze del regime militare birmano nei confronti dei monaci.

    La comunità internazionale non può accettare quanto sta avvenendo.

    Il regime deve sospendere immediatamente ogni repressione, liberare Aung San Suu Kyi e tutti i prigionieri politici e indire elezioni libere e democratiche.

    Le Nazioni Unite e l’Unione Europea devono inasprire le sanzioni commerciali, diplomatiche e politiche e intervenire a sostegno dell’opposizione democratica che da anni porta avanti una straordinaria lotta non violenta.

    Il Partito Democratico è a fianco dei monaci, degli studenti e di tutti i democratici birmani.

    Il Governo italiano e l’Unione europea devono schierarsi con il popolo birmano senza le cautele dettate dall’interscambio economico con la dittatura.

    In politica estera va perseguita ovunque la strategia del ‘cambio di regime’, senza nessuna indulgenza verso satrapi e caudilli vari, perché solo la democrazia è garanzia di pace e sviluppo

    Myanmar: appello per cessare la repressione:

    La sera del 25 settembre circa 300 persone sono state arrestate durante le proteste contro la giunta militare del Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo (Spdc), nell’ex capitale Yangon, nella seconda città più grande, Mandalay, così come a Meiktila, a Pakokku e a Mogok. Amnesty International ha appreso che diverse persone sono entrate in clandestinità per evitare l’arresto.Alcuni arresti erano già avvenuti la sera del 24 settembre, ma la maggior parte ha avuto luogo nelle successive 36 ore, con l’intensificarsi del giro di vite da parte delle forze di sicurezza. Tra le persone arrestate vi sono tra i 50 e i 100 monaci di Yangon, il parlamentare Paik Ko e almeno un altro esponente del principale partito d’opposizione, la Lega nazionale per la democrazia (Nld) guidata da Aung San Suu Kyi, diversi altri membri dell’Nld e altre figure pubbliche, tra cui il famoso attore e prigioniero di coscienza Zargana (conosciuto anche come Ko Thura). Amnesty International crede che questi e altri detenuti si trovino a rischio di tortura o altri maltrattamenti.Fonti governative hanno confermato ai giornalisti che almeno tre monaci sono stati uccisi a Yangon: uno da un colpo d’arma da fuoco e gli altri due a seguito di un pestaggio. Fonti non ufficiali hanno fatto sapere ad Amnesty International che oltre 50 monaci sono rimasti feriti.Nonostante l’alta tensione, migliaia di persone continuano a manifestare nelle strade contro il governo, guidate dai monaci, i quali hanno però voluto proteggere la popolazione chiedendo di non prendere parte alle dimostrazioni.Sembra che le forze di sicurezza abbiano percosso i manifestanti con manganelli, utilizzato gas lacrimogeni per disperdere la folla che sfidava il recente divieto di raduno di più di 5 persone e sparato colpi di avvertimento in aria.Le proteste pacifiche hanno avuto inizio ad agosto, in risposta al brusco aumento del prezzo dei carburanti. I monaci buddisti, che hanno preso la guida delle proteste dopo che alcuni di loro erano stati feriti nella città di Pakokku, chiedono la riduzione del prezzo dei generi di prima necessità, il rilascio dei prigionieri politici e un processo di riconciliazione nazionale per risolvere le profonde divisioni politiche interne.La mattina del 25 settembre, le autorità hanno iniziato il giro di vite sui manifestanti, introducendo un coprifuoco di 60 giorni dalle 21 della sera alle 5 del mattino e avvisando la popolazione che sarebbero stati adottati provvedimenti di legge contro i dimostranti.Le violazioni dei diritti umani a Myanmar sono diffuse e sistematiche. Tra queste vi è l’utilizzo di bambini soldato e il ricorso ai lavori forzati. Inoltre, sono in vigore leggi che criminalizzano l’espressione pacifica del dissenso politico.Alla fine del 2006, la maggior parte degli esponenti di primo piano dell’opposizione era agli arresti o sottoposta a forme di detenzione amministrativa e 1160 prigionieri politici erano detenuti in condizioni via via più dure. Gli arresti avvengono spesso senza mandato e i detenuti sono costretti a trascorrere lunghi periodi d’isolamento; la tortura è praticata regolarmente nel corso degli interrogatori; i processi nei confronti degli oppositori politici seguono procedure non in linea col diritto internazionale e agli imputati viene frequentemente negato il diritto a scegliere un avvocato, se non addirittura ad averne uno. La pubblica accusa fa ricorso a confessioni estorte con la tortura.Per approfondimenti sulla situazione dei prigionieri politici in Myanmar: “Myanmar’s Political Prisoners: A Growing Legacy of Injustice”

    http://web.amnesty.org/library/Index/ENGASA160192005

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    da La Stampa 28/9/2007 (9:22)

    Oscurato il principale canale di informazione, proteste su Internet

    YANGON

    Il principale collegamento a Internet di Myanmar (ex Birmania) ha smesso oggi di funzionare. Lo ha detto un responsabile locale delle telecomunicazioni secondo il quale l’interruzione è stata causata da «un danno ad un cavo sottomarino». Dopo due giorni di repressione da parte dei militari delle manifestazioni di protesta, viene così a mancare il principale canale di diffusione di informazioni e foto da parte della dissidenza birmana su quanto sta accadendo nel paese.

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  • il ricordo è passività, la Memoria è lo sforzo di raccontare al presente, con fatica spesso dolorosa, il passato

    On: 10 settembre 2007
    In: Articoli
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     1

    Cari amici,

    sono rientrato da poche ore a Torino e conservo negli occhi le immagini di questi ultimi giorni trascorsi in giro per l’ Europa tra i campi di concentramento di Bergen Belsen, Natzweiler e la casa di Anne Frank.
    Sono ancora forti le molte emozioni vissute e condivise con alcuni di voi che state leggendo questo blog : rabbia, indignazione, stupore, paura…molta paura.
    E’ forte la paura che possa riaccadere, è forte la paura che un uomo possa violentare la dignità di un altro uomo così come è avvenuto nei luoghi della vergogna che abbiamo visitato.Ma è grande anche il ricordo del sorriso sereno di Sergio accompagnato dai suoi occhi tristi , gli occhi di chi ha vissuto la guerra.

    Grazie ai tanti protagonisti di questo viaggio. Grazie ai racconti di una straordinaria narratrice qual’è Lucia, grazie all’emozione di Primarosa, grazie all’ANED; grazie a quanti, tanti credono con forza nella Memoria come lo sforzo di raccontare al presente, con fatica spesso dolorosa, il passato.

    Enzo Lavolta
    Nei prossimi giorni pubblicherò le foto in questo blog, se ne avete di belle che volete condividere inviatemele a questo indirizzo: enzo.lavolta@fastwebnet.it ;

    Sarà Anne Frank, con la sua sorprendente maturità, autrice di scritti d’inestimabile valore, a guidare le nuove generazioni all’incontro con la memoria del più sconcertante dramma dell’umanità: la Shoah. Saranno le pagine del suo Diario e dei suoi Racconti – divenuti alcuni tra i simboli più rappresentativi non solo dell’Olocausto ma dell’intera Storia – a raccontare le barbariche atrocità commesse contro gli individui più deboli; a narrare della sconcertante naturalezza – mista a indifferenza – con cui l’idiozia nazista ha macchiato per sempre la dignità di uomini e donne, violentando il diritto alla libertà. Una traccia indelebile, dunque, destinata, grazie a grandi eroi come Anne, a divenire una lezione di vita, attraverso un pensiero complesso e profondo, carico di forza e purezza e impregnato nella coscienza collettiva. Celebrare Anne Frank diffondendo il suo emblematico messaggio senza tempo significa infatti leggere e interpretare il significato dell’oppressione, della discriminazione, della repressione e dello sterminio di oltre sei milioni tra ebrei, zingari, omosessuali e oppositori politici. Persone stipate come larve nei ghetti e nei lager, private d’ossigeno e emozioni. Talvolta cavie da laboratorio, talvolta pedine di un lento, sporco gioco al massacro.
    La Storia raccontata da Anne Frank è la Storia scritta di tutte le vittime; le sue parole, che non possono che appartenere al patrimonio dell’umanità, vogliono spingere le giovani generazioni alla metamorfosi auspicata nei suoi scritti:

    “Tutti possiamo cominciare fin da questo istante a cercare di cambiare il mondo e ognuno di noi, grande o piccolo, può dare il suo contributo a diffondere un po’ di giustizia.” [Dare – Racconti dell’Alloggio Segreto]

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  • Preparare il futuro

    On: 25 maggio 2007
    In: Articoli
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    Leggendo l’articolo “Una brutta idea quel patto generazionale” del Direttore della Comunicazione Pininfarina – Lorenza Pininfarina – su Repubblica di ieri

    da sottoscrittore del patto mi viene da dire che:

    Il “patto generazionale” fa storcere il naso a molti, non ultimi a tanti di quei “giovani” che si promette di promuovere. Una contraddizione? No, se mai una conferma. La necessità di mettere nero su bianco un impegno come questo, non fa che confermare l’anomalia del sistema di poteri italiano. Stravolgere un sistema di valori ormai radicato, una serie di prassi consolidate, non è facile. Il patto generazionale sancisce un problema, lo riconosce e lo illustra, prima ancora di tentare una soluzione. A firmare il patto sono infatti i 40enni di oggi che promettono di lasciare redini e cavalli quando di anni ne avranno sessanta.
    Lodevole, ma a cosa serve? Innanzitutto a riconoscere un problema. La classe dirigente si rinnova con eccessiva lentezza e tende a radicarsi e a riprodursi uguale e se stessa, ma con assetti diversi (stessi nomi su poltrone e poltroncine diverse). E poi a tentare una soluzione col pragmatismo all’italiana: imponiamoci una scadenza, una dead line, perché sappiamo che solo cosi terremo fede agli impegni: con gli ultimatum, al limite autoimposti.
    È una chiave di lettura che hai i suoi pregi ed i suoi difetti. Fra i difetti di un simile modo di fare c’è il rischio di massificare. L’età anagrafica non dovrebbe essere necessariamente dirimente. Si obietterà infatti che deve essere la meritocrazia a segnare il tempo dei rinnovi generazionali. Niente di più auspicabile.
    Ma il “potere del merito” cosi come ogni altro potere veramente democratico ha bisogno di un humus fertile per crescere e radicarsi. In Italia questo humus è una strisciolina cosi sottile da impedire anche alla radice più robusta e forte di allignare. Il campo della meritocrazia è infestato dalle erbacce del clientelismo, del partitismo, del nepotismo. Soffocato da afidi e rampicanti che portano il nome di “somma di cariche”, “compatibilità”, “conflitto d’interessi nullo”.
    Il recente regolamento della Consob che sancisce uno stop al collezionismo di cariche, riconosce un problema e ne propone una soluzione. Forse era necessaria un’iniziativa regolamentare di un organo di vigilanza per accorgersi che fare l’amministratore o il sindaco di più enti, fondazioni, patti di sindacato anche in contrapposizione e conflitto fra loro, era indice di un ethos amministrativo quanto meno “discutibile”? Certamente no. Eppure è stato necessario arrivare a formulare un regolamento per arginare certi comportamenti. Alcuni fenomeni non si producono spontaneamente.
    Per questo è necessario riconoscere che il problema non è firmare o no un patto con le generazioni future, semmai che tale patto si sia reso necessario. E i sessantenni validi saranno allora tutti condannati ad una precoce rottamazione? Un dubbio come questo non dovrebbe nemmeno sfiorare chi – con un pizzico di cinismo – sa che fra le virtù(?) italiane non si annovera l’onestà spinta fino all’autolesionismo. Preparare il futuro è l’imperativo morale dei prossimi anni. Anche a costo di sembrare eccessivamente severi con noi stessi.

    Enzo Lavolta

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  • Torino ha ospitato Terra Madre: la voce della terra e della convivenza

    On: 6 novembre 2006
    In: Articoli, Iniziativa politica
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    da CittAgorà del 6 novembre 2006

    Quando nel 2004 Torino ospitò per la prima volta Terra Madre, si ebbe l’impressione che oltre al folclore poco sarebbe rimasto di una kermesse che non pochi tacciarono di buonismo, terzomondismo gratuito, di utopismo. Due anni dopo Torino è tornata ad ospitare la “voce” di Terra Madre, la voce dei tanti “sans papier della terra”. L’attenzione non è calata, non deve calare; sostenibilità, biodiversità, accordi commerciali tra produttori e consumatori, improntati all’etica, sono concetti che nessuno può permettersi il lusso di ignorare. Torino ha raccolto ancora una volta una sfida complessa che ha visto in prima linea la politica, i cittadini ospiti e naturalmente i volontari ,ancora una volta protagonisti.Il vivere in un mondo sempre meno diviso da confini politici, e che sempre più condivide interessi economici ad ogni latitudine, non significa ancora vivere in un mondo di pacifica convivenza sociale e culturale.Eppure questa convivenza si realizza ogni giorno sotto i nostri occhi, nei nostri quartieri, nelle nostre abitudini alimentari, nel modo di pensare l’altro.Anche a dispetto di coloro che non la vorrebbero e vedono minacciata la loro integrità culturale.L’identità e la diversità sono le tessere di un mosaico necessariamente colorato e multiforme. Sta a noi che viviamo questi momenti (questa la nostra sfida, infatti) riuscire ad indovinare un disegno coerente di questo mosaico: che sia comprensibile a tutti, se tutti hanno voglia di capire.

    Enzo LAVOLTA

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